Liste di attesa: Buone notizie da Roma. Il Lazio con Zingaretti mette a Cup il 60% delle agende mediche

Leggo sulla pagina di Roma de La Repubblica:

“Abbatteremo le attese per le prestazioni”. Parola del governatore Nicola Zingaretti. Dal 2014, la Regione si metterà in regola con le prescrizioni di legge: visite specialistiche urgenti in 72 ore; le altre in 30 giorni; esami diagnostici entro due mesi. Intanto, in lista di attesa si può anche morire aspettando fino a più di un anno per un esame diagnostico quando non si incappa in centri di prenotazione pubblici con gli appuntamenti bloccati. Ma è solo la punta emergente del disastro della sanità regionale incapace da un tre anni in qua di garantire ai 5,7 milioni di cittadini i livelli essenziali di assistenza e una tregua contributiva: l’aliquota Irpef e l’addizionale Irap ai livelli massimi, fanno dei contribuenti del Lazio i più tartassati d’Italia.

L’obiettivo è sfoltire le lunghe liste d’attesa per visite ed esami diagnostici nel servizio sanitario regionale e ridisegnare l’interno comparto. Uno dei nodi, almeno fino ad oggi, più difficili da sbrogliare. Per riuscirci, la Regione mette in campo il “Piano per il governo delle liste d’attesa”, un programma articolato che entrerà in vigore dal primo gennaio del 2014. A partire da quella data, infatti, nelle intenzioni della Regione, le prestazioni saranno divise in quattro tipologie, contraddistinte da altrettanti codici a seconda della priorità e quindi della gravità. Si andrà da quello “urgente” (esami entro 72 ore) al “breve” (entro 10 giorni), al differibile (30 giorni per le60 per gli accertamenti) fino al “programmato”. Una “rivoluzione”che inizierà dal proprio medico di famiglia o dallo specialista, ai quali toccherà il compito di assegnare alla prescrizione uno dei quattro codici di priorità.

Altra novità: il potenziamento del Recup, il sistema unico regionale di prenotazione delle visite (che sarà rimesso a bando, prima della fine del 2013, dopo undici anni di gestione da parte della cooperativa Capodarco). Il servizio prenotazioni per ora non comprende le strutture private accreditate, che gestiscono direttamente i loro appuntamenti (e coprono quasi la metà dei 27 milioni di prestazioni erogate ogni anno). Invece, dal primo gennaio prossimo, pubblici e privati dovranno mettere a disposizione del Recup il 60 per cento delle loro agende. Una manovra che permetterà di utilizzare le strutture accreditate per visite ed esami una volta esauriti i posti nella sanità pubblica.

Non solo: le macchine per la risonanza magnetica, la tac e tutti gli strumenti diagnostici di ultima generazione saranno messi a disposizione dei pazienti per tutto il giorno e dal lunedì al sabato (compatibilmente con i costi previsti dal piano di rientro dal deficit) reperendo il personale necessario attraverso lo sblocco del turn over, che sarà discusso ai primi di ottobre con il governo.
Altro punto, il controllo diretto e la limitazione dell’intramoenia per eliminare il divario quantitativo (e di attesa) tra le visite prenotate in via ordinaria e quelle a pagamento. Ma a finire sotto la lente d’ingrandimento saranno anche i direttori generali di Asl e ospedali: per loro tra i criteri di valutazione ci sarà anche il rispetto dei tempi.

Insomma: quella a cui punta il presidente Nicola Zingaretti è una riorganizzazione totale: “È la prima volta che la Regione presenta un piano di questa complessità contro le liste d’attesa – ha spiegato – Negli ultimi anni, i tagli hanno ridotto l’offerta dei servizi, è mancata la volontà di gestire gli effetti del piano di rientro: è un lavoro complesso, ma possibile perché abbiamo le idee chiare”. Insomma, per usare le parole che lo stesso Zingaretti ha postato poi su Facebook, la Regione “dichiara guerra alle liste d’attesa”. Tanto da ottenere, ieri, il plauso dei sindacati, di alcune federazioni di categoria e della maggioranza alla Pisana. Ma anche una richiesta: “Ci auguriamo – ha commentato Maurizio Marotta, presidente di Capodarco – che il nuovo bando del Recup tenga conto della realtà della cooperativa e dei suoi 600 lavoratori, di cui 230 disabili. Speriamo che il servizio non venga delocalizzato e che vengano salvaguardati i posti di lavoro”,.

Ecco il mio articolo apparso oggi su la Repubblica Bologna

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