Accademia Clementina di Bologna fondata nel 1711, 26 luglio 2026 : ricordo del professor Fabio Fabio Roversi Monaco a tre mesi dalla scomparsa. L’uomo che ha difeso l’autonomia della cultura a Bologna. Mio intervento

Intervento del Presidente dell’Accademia Clementina di Bologna prof. Mauro Moruzzi

Signore e Signori,

ricordare oggi, qui, il professor Fabio Roversi Monaco, a tre mesi dalla sua scomparsa, è per noi insieme un onore e una responsabilità.

Un onore, perché Bologna ha perduto una delle personalità che più profondamente hanno segnato la sua storia civile, culturale e istituzionale degli ultimi decenni.

Una responsabilità, perché il rischio, quando si parla di figure così grandi, è quello di limitarsi all’elenco delle cariche e dei riconoscimenti. Eppure Fabio Roversi Monaco è stato molto più della somma dei suoi incarichi.

Certamente è stato Rettore dell’Università di Bologna in una stagione decisiva della vita dell’Ateneo. È stato Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna. È stato Presidente dell’Accademia di Belle Arti, dell’Accademia Clementina, del Museo della Città. Ha guidato e animato numerose istituzioni culturali e scientifiche.

Ma ciò che oggi desidero ricordare è soprattutto il tratto che unificava tutte queste esperienze: una straordinaria concezione dell’autonomia delle istituzioni culturali.

In anni nei quali la politica e le lobby economiche tendono spesso a occupare ogni spazio della vita pubblica, Fabio Roversi Monaco ha difeso con fermezza l’autonomia dell’Università, della ricerca, dell’arte e della cultura. 

Aveva compreso che la conoscenza produce valore solo quando può svilupparsi senza subordinazioni e senza condizionamenti.

Per questo Bologna gli deve molto.

Gli deve la capacità di aver rafforzato l’Alma Mater come grande università europea, senza rinunciare alla sua storia millenaria.

Gli deve la restituzione di importanti palazzi e luoghi storici alla città.

Gli deve una visione culturale che considerava il patrimonio artistico non come una semplice eredità del passato, ma come una risorsa per costruire il futuro.

La sua azione non è stata soltanto amministrativa. È stata profondamente politica nel senso più alto del termine: orientata al bene comune e alla crescita della comunità cittadina.

Il mio rapporto con lui è stato anzitutto un rapporto di stima.

Lo conobbi e frequentai soprattutto negli anni in cui io ero Assessore alla Sanità del Comune di Bologna e lui era il Magnifico Rettore dell’Università. Furono anni importanti per la città e per il rapporto tra istituzioni che, pur diverse, avevano il compito comune di promuovere il sapere, il benessere e la qualità della vita dei cittadini.

Nel corso del tempo il nostro rapporto si consolidò fino a diventare anche un rapporto di amicizia.

Condividevamo interessi culturali e storici.

Fabio aveva un legame particolare con l’Africa italiana. Era nato ad Addis Abeba nel 1938, negli anni in cui l’Etiopia faceva parte dell’Impero italiano. Quel legame con una terra lontana non fu mai soltanto un ricordo biografico. Rimase per lui una curiosità intellettuale, una memoria storica da comprendere e approfondire.

Per questo motivo seguiva con interesse i miei romanzi ambientati nell’Africa coloniale italiana, come Il meccanico da Asmara e Asmara tempo d’amore. Ne parlavamo spesso. 

Era uno studioso che non smetteva mai di interrogarsi.

Un uomo delle istituzioni che non aveva perso la passione della conoscenza.

Un giurista che sapeva dialogare con l’arte, con la storia, con la letteratura.

Un amministratore che non aveva rinunciato alla dimensione umanistica.

Ê stato lui a chiedermi di guidare l’Accademia Clementina, Ho accettato con molte riserve ma mi sono sentito onorato della sua fiducia.

Perché l’Accademia Clementina rappresentava per lui qualcosa di molto speciale: il luogo dove arte, scienza e cultura hanno dialogato nel segno di una tradizione che attraversa i secoli. Il luogo dove lui sperava si potesse ricostruire, nel ricordo del grande fondatore Marsili, la grandezza culturale di Bologna.

Raccogliere il suo testimone significa cercare di proseguire quella stessa visione. Una visione alta, che non separava mai il passato dal futuro. Che non contrappone innovazione e tradizione. Che non si accontenta della mediocrità del presente.

A tre mesi dalla sua scomparsa, possiamo dire che Fabio Roversi Monaco lascia un vuoto difficile da colmare. Ma lascia anche qualcosa di più importante.

Lascia esempi. Lascia una lezione di rigore, di indipendenza, di amore per Bologna.

E lascia soprattutto l’idea che la cultura, la scienza e l’arte non sono semplici attività umane, ma strumenti attraverso i quali una città costruisce la propria identità e il proprio futuro.

Per questo il suo ricordo continuerà ad accompagnarci.

Non soltanto nella memoria di chi lo ha conosciuto, ma nella vita stessa delle istituzioni che ha contribuito a costruire e a rendere forti, autonome e proiettate verso il futuro.

Grazie, Fabio. Le istituzioni che raccolgono il cuore della cultura  e della storia bolognese ti  saranno sempre riconoscenti.


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