Il Comune di Bologna e il futuro industriale di CUP 2000

Ieri sera discussione al Festival dell’Unità di Bologna sul mio ultimo libro, edito da Franco Angeli,  ‘Alta Comunicazione’: le aziende, il welfare, ma soprattutto le persone, al tempo di Internet. Tanti partecipanti che ringrazio per la loro presenza, per altro di sabato tardo pomeriggio! Come sempre, si è finito col parlare di Fascicolo Sanitario Elettronico e del futuro di CUP 2000 con Valerio Baroncini (il Resto del Carlino), Luca Rizzo Nervo, Claudio Borghi, Giuseppe Melucci, Paola Marani e altri. Il Fascicolo sta ottenendo un grande successo: al punto Cup che è presente come sempre alla Festa c’era la fila delle persone che aspettavano di ottenere le credenziali per attivare il loro FSE. Sul futuro industriale di CUP 2000 SPA e del distretto della sanità elettronica bolognese ho sentito parole molto incoraggianti dai politici presenti, compreso l’Assessore alla Sanità del Comune di Bologna che ha confermato l’impegno e l’interesse dell’Amministrazione Comunale su questa società leader nazionale dell’e-Health. Ciò mi ha fatto piacere, perché non sono mancati in questi giorni voci e tentativi di dare una interpretazione riduttiva del decreto della spending review rispetto al futuro di Cup, alla possibilità di intraprendere progetti pluriennali. La società bolognese che sta realizzando il Fascicolo Sanitario Elettronico è parte di un distretto industriale e non è né una Asl né un ente di promozione o agenzia (ci mancherebbe! Ce ne sono già troppi e troppo costosi). Ma per riprendere il mare aperto del mercato nazionale e internazionale delle tecnologie dell’Alta Comunicazione applicate alla sanità e al welfare, dopo diversi anni in cui per legge ha potuto lavorare solo per i soci in Emilia-Romagna, CUP 2000 ha bisogno di un serio progetto finanziario, economico-produttivo e occupazionale, almeno triennale. Scelte di disimpegno, di freno o riduzione dei progetti o dei contratti con gli enti soci, o ancor peggio di parziale dismissione di rami aziendali, rischierebbero di compromettere il futuro promettente di un’azienda tecnologicamente all’avanguardia e che tra occupati e indotto dà lavoro a non meno di mille giovani bolognesi.

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