Le sfide irriverenti di Achille Ardigò. Da Feltrinelli per l’ultimo libro

Ieri sera da Feltrinelli, in Piazza Ravegnana a Bologna, presentazione del libro “Ardigò e la sociologia”, edito Franco Angeli 2010 (costo 32 €).Sala strapiena, ma pubblico un pò particolare: praticamente assenti i visi noti di tutte le sfilate cittadine; molti giovani intellettualmente curiosi e molti anziani con nostalgia di bei ricordi. Introduce e modera il dibattito il professor Everardo Minardi. Presente la famiglia, le sorelle e i nipoti del grande sociologo. Presenti diversi ragazzi di Cup2000, la società che lui contribuì più di tutti a fondare. Presente anche la piccola Anna con i suoi otto anni. Non è un libro facile. Ventidue sociologici illustrano in altrettanti capitoli il pensiero del maestro. Prefazione di Costantino Cipolla e saggio introduttivo di Vincenzo Cesareo.E’però uno di quei libri che conservi per una vita, denso di materia riflessiva, di riferimenti, di annotazioni. Un prete che tutti amiamo, Giovanni Catti, ricorda ai partecipanti che, hai tempi della clandestinità – quando lui e Ardigò erano uomini liberi e quindi clandestini in una Bologna occupata da nazisti e fascisti – la sociologia, come la psicologia, erano parole e scienze proibite. C’è nostalgia nelle sue parole, forse la nostalgia di quei tempi lontani in cui era più facile distinguere una persone libera da una che non lo è. Costantino Cipolla parla del maestro come un fondatore della sociologia italiana che ebbe il coraggio, negli anni bui della contrapposizione ideologica, di opporsi all’egemonia culturale marxista, fortissima in Italia, andando controcorrente, ma soprattutto andando verso il futuro. Sebastiano Porcu ricorda un aspetto caratterizzante del professore: la sua ingenuità, che esprimeva non un’assenza di astuzia, ma una naturalezza, un genuino entusiasmo verso la conoscenza, la scoperta, la riflessione, il mondo sconosciuto del futuro. Qualcuno, in sala, intervenendo, ricorda che Achille Ardigò, presente, attivo per cinquanta anni nella vita cittadina, a due anni dalla morte è stato frettolosamente dimenticato dalla classe politica bolognese. Un pensiero critico e scomodo, da mettere in soffitta assieme agli onori. È così? Si, è così. Il suo era un pensiero sociale e politico scomodo, perché fondato sulla ricerca di nuove vie di comunicazione tra il mondo vitale della gente e quelle entità chiuse e autoreferenziali che sono le istituzioni pubbliche e politiche.Un pensiero anti-burocratico,premessa teorica per la ricerca di nuove forme di ‘potere debole’, aperto al mondo della gente. Una ricerca costante del piccolo gruppo, dei più bisognosi, dell’intersoggettività, che si contrapponeva al culto opportunistico del potere e del potente, all’arroganza del funzionario pubblico, alla sclerosi statalista. E i potenti, anche quelli della sua città e dell’Accademia non hanno dimenticato la sua irreverenza: a lui è stata negata ogni onorificenza ufficiale cittadina, dall’Archiginnasio d’oro al Nettuno; cosa ancor più scandalosa, a lui, padre della sociologia italiana, primo Presidente e fondatore dell’Associazione Italiana di Sociologia, è stato negato il titolo di Professore Emerito dall’Università di Bologna. Ancora Sebastiano Porcu interviene per ricordare quella stranezza comportamentale del Maestro: la sua partecipazione a molte ‘battaglie già perse in partenza’, la scelta di compagni di strada scomodi, a volte perdenti. Ma non era una stranezza. Era una virtù in un ambiente – la Bologna di fine secolo – povero di valori e impregnato di ancor più povero relativismo. Ardigò assisteva affranto all’affermazione di una nuova classe dirigente autoreferenziale e relativista, priva del senso della rappresentanza e del coraggio verso mete e valori, burocraticamente arrogante. Vedeva tutto questo come una forma di drammatica decadenza a cui bisognava contrapporre uno stile di vita e comportamenti pratici di segno nettamente e provocatoriamente contrario. Anche la palese partecipazione ad una battaglia persa era una forma di sfida all’ideologia decadente e opportunista. Fu infatti lanciata una provocazione quando, assieme, io e lui, e lui certamente prima di me, teorizzammo e mettemmo in pratica il ” soggetto terzo in sanità”, il CUP (poi Cup2000) come forma organizzata, in rete, di distribuzione delle prestazioni, di acceso elettronico alle cure, indipendente dai poteri forti della sanità e delle istituzioni sanitarie. Non fu una battaglia persa – dopo 20 anni i sistemi CUP si sono diffusi da Bologna a tutta l’Italia e perfino all’Europa! – ma fu considerata una sfida irriverente ai poteri costituiti della politica e della burocrazia sanitaria. E fu ancora una provocazione, una sfida irriverente, l’aver richiesto non pochi anni fa, non una semplice ‘informatizzazione’ dei medici di famiglia (rete Sole), ma un ritorno dei dati al cittadino con la nascita del Fascicolo Sanitario Elettronico: un obiettivo a cui guardano oggi tutti gli stati più progrediti e democratici, a partire dagli USA di Obama. La stessa realizzazione del progetto e-Care a Bologna, voluto e battezzato da Ardigò nel 2002, è ancor oggi considerata, in molti ambienti della burocrazia della sanità e del welfare, una pericolosa ingerenza in delicati equilibri di potere. E perché non rammentare che la stessa esistenza di Cup200 – la società voluta dal Maestro e che lui ha promosso come socio fondatore quando rivestiva la carica di Commissario Straordinario degli Istituti Rizzoli – continua ad essere vista, in ambienti potenti, come una sfida irriverente a equilibri e poteri costituiti? CUP 2000 progetta, realizza e gestisce reti della generazione di Internet per una sanità e un welfare ” ad alta comunicazione”. Ad alta comunicazione innanzitutto tra sistema sanitario e cittadini, quindi a detrimento di quel sistema di comunicazione burocratico che ha caratterizzato le istituzioni pubbliche del ‘900 e per certi versi continua a prosperare. Anche questa non è stata una battaglia persa, ma sicuramente una sfida difficile e perfino pericolosa.
Achille Ardigò ci ha insegnato il piacere delle sfide impossibili, di quei piccoli ‘assalti al cielo’ che danno senso alla vita.

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