2016 Ago
20

Se rivolgete ai politici questa semplice domanda riceverete i più svariati (e a volte fantasiosi) sproloqui . Eppure la risposta è semplice come la domanda. Nell’ultimo ventennio l’economia mondiale – è quella italiana non fa eccezione – si è letteralmente spezzata in due tronconi: la produzione e la vendita di bit e la produzione e la vendita di atomi. Trovate difficile il concetto? È semplicissimo. Le economie e i distretti industriali  più sviluppati (la Silicon Valley, il distretto informatico di Berlino, quello di Dublino e di Londra, ecc) producono e comnercializzano bit, file che poi diventano oggetti – come l’iPad con cui sto scrivendo questo post – composti di atomi. Non in Italia, ma in Cina o in qualche paese dell’Est Europo. Anche i servizi stanno evolvendo in questa direzione. L’Italia è un paese manifatturiero (l’economia industriale del ‘900, quella del boom economico) che è rimasto in mezzo al guado, tra la produzione de-materializzata di bit e quella materiale di oggetti e di servizi. Quest’ultima ha qui costi del lavoro non compatibili con l’economia globalizzata, quindi le aziende di scarpe o di telai di motorini chiudono. Quella de-materializzata richiede formazione (università altamente tecnologiche) e investimeti che non sono stati fatti, perché la classe politica e burocratica è  novecentesca, legata (anche da interessi) al partito del mattoni (atomi) e delle banche non globalizzate (cioè incapaci di dare servizi all’economia dematerializzata: vedi il Monte dei Paschi, per non dire di tante altre). I giovani italiani non sono disponibili a fare i muratori o gli stradini. Qualche politico pensa di offrire loro posti da cuoco – con a la moda del cibo ‘a chilometro zero’ – ma è un’idea senza futuro. Si laureano e vanno a Berlino ( i più svegli o i più fortunati). Cosa occorre? Un cambiamento vero, culturale (un tempo si chiamava ‘rivoluzione culturale’), partendo dalla pubblica amministrazione e dalla sua burocrazia che, a differenza di quella inglese o americana, non è ancora passata nel mondo di Internet. Non sarà un cambiamento indolore.

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scritto da Mauro Moruzzi

2016 Ago
18

In una intervista di Jena Mcgreor  a Tim Cook (La Repubblica e Wohosington Post di oggi), l’AD di Apple dice una cosa che tutti dovrebbero capire per conoscere il mondo di domani e forse già quello di oggi. Saremo sempre e tutti connessi. Lui, Tim Cook, sottolineo il ‘tutti’, essendo, ovviamente, un uomo di business; io, come sociologo della salute e della rete, sottolineo il ‘sempre’, cioè la possibilità di avere, senza interruzioni temporal,i dati dematerializzatoi sul nostro corpo e sulla nostra mente (non c’è una grande differenza antropologica tra le due cose: all’inizio dei tempi era una soltanto, come ci ricorda il lombrico che si muove benissimo nel terriccio avvertendo il secco e l’umido con il corpo-mente).  Tutti i parametri vitali del nostro corpo saranno permanentemente connessi e monitorati in tempo reale. Sempre, 24 ore al giorno,  entro e non oltre la metà del prossimo decennio. Ciò interesserà non soltanto i portatori di particolari patologie,  i cardiopatici o i malati di Alzheimer, ma, come dice Cook, ‘tutti’. Diciamo: ben presto qualche miliardo di persone. Se, per qualche disguido, usciremo di casa al mattino senza la  connessione dei nostri parametri vitali, ci sentiremo in forte disagio; anzi, di più, in una situazione di insicurezza, perfino di serio pericolo. Più o meno quello che succede quando ci rechiamo al lavoro, di buon mattino, avendo dimenticato a casa il cellulare. A me capita per buona parte del mio tempo mensile, quando mi trovo ad Asmara, in Eritrea, dove non c’è ancora una rete telefonica di connessione a Internet. Mi sento in uno stato di ‘sofferta sconnessione’. Essere sempre connessi sarà una cosa positiva è non negativa. Non ascoltate gli ipocriti asceti della privacy o quelli che si vantano di non usare quasi mai il telefonino (una curiosità: tra costoro c’erano Gianni Agnelli e Toni Blair, non proprio asceti). Io mi sento più tranquillo sapendo chei i miei  dati personali sono protetti nei server della Silicon Valley  della Apple e di Google che in quelli di qualche  ospedale italiano. Con dati dematerializzati generati da una connessione permanente può prendere avvio la medicina pro-attiva, capache di curare le malattie prima che si manifestano. La sanità del futuro.

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scritto da Mauro Moruzzi

2016 Ago
13

La sanità che conosciamo verrà letteralmente rivoluzionata nel corso di un quinquennio, non di più. So che la parola è abusata, ma non ne riesco a trovarne una più forte. La cosa strana è che non ce ne stiamo rendendo conto. Soprattutto sembra che non se ne rendono conto gli amministratori del servizio sanitario pubblico. In cosa consiste questa rivoluzione? Principalmente nella totale de-materializzazione (o digitalizzazione, se preferite, anche se non è proprio la stessa cosa) dei dati del nostro corpo. E non solo di quelli che il medico ci preleva quando siamo ammalati con termometro, ecografo e altro. Di tutti i dati che in ogni ora del giorno il nostro corpo e la nostra mente producono, assieme ai dati genetici. Questo avverrà, come in parte già sta avvenendo con le App, mediante gli smartphone di ultima generazione che saranno in commercio dal prossimo anno. Se avete dei dubbi leggete l’articolo di Andrea Nepori della Stampa, che segue. Ci provò Google già nel 2011 con Google Health, ma fallì per diverse ragioni (le ho spiegate nel mio ultimo libro ‘La sanità dematerializzata’ pubblicato dal Pensiero Scientifico Ed.). Ancor prima l’IBM con Watson Health, ma, come capita a chi ha troppi soldi da investire, non aveva  ideemolto chiare (oggi ci sta riprovando). I tempi comunque non erano maturi. Oggi lo farà Apple, e sarà l’apripista mondiale di tutti gli altri, coinvolgendo qualche miliardo di persone. Conseguenze? Sbalorditive. Questa enorme massa di bit del corpo di tutti ( di quello fisico, reale) ci permetterà di passare da una sanità reattiva (ti curo se stai male), ormai economicamente insostenibile,  ad una pre-attiva (ti prevengo la malattia). Non aspettiamo l’infarto, preveniamolo. E quando dovrò curarti lo farò per il 10 % in ospedale e al 90% fuori, a casa, o meglio dove vuoi tu, sul lavoro, per la strada. Ad esempio non chiederemo a chi ha bisogno di dialisi di stare tre giorni alla settimana in ospedale. E la sanità che conosciamo, quella pubblica, come reagirà? Qui è il problema. Può vincere o perdere la sfida. Si stanno muovendo enormi capitali per una sanità privata e assicurativa, già in campo e in sintonia con questa rivoluzione. Se il servizio santario pubblico, quello delle regioni, non si muove e resta ‘novecentesco’, pre-Internet, non potrà poi gridare al complotto delle multinazionali. Semplicemente perderà la sfida è in 10-15 anni farà la fine dell’Alitalia rispetto alla Rainer. A proposito: la nuova sanità, mi ero dimenticato di scriverlo, sarà anche Low Cost. 


“Un nuovo dispositivo indossabile pensato per il monitoraggio della salute. Potrebbe arrivare nel 2017 e sarà un prodotto completamente nuovo, non un’evoluzione dell’orologio

La Stampa.it 12/08/2016

di ANDREA NEPORI

La versione speciale dell’iPhone che Apple sta preparando per festeggiare i 10 anni del dispositivo potrebbe non essere la novità più interessante del 2017 di Cupertino. Secondo indiscrezioni che arrivano dall’Asia l’azienda starebbe lavorando ad un prodotto completamente nuovo. Sarà un dispositivo indossabile pensato esclusivamente per facilitare la raccolta di dati sanitari dell’utente durante il giorno, come pressione sanguigna, battito, livelli di glucosio nel sangue e molti altri dati ancora.  Secondo l’Economic Daily News di Taiwan, pubblicazione che per prima ha diffuso le voci sul nuovo prodotto, la tecnologia 3D Touch avrà un ruolo fondamentale nell’interfaccia del nuovo wearable. Il dispositivo è stato sviluppato dai laboratori di ricerca medica di Apple nel corso degli ultimi due anni, sotto la guida di Jay Blahnik, il dirigente che l’azienda ha assunto nel 2013 per supervisionare, fra le altre cose, lo sviluppo delle funzionalità dell’Apple Watch relative al fitness e alla salute. Al momento non c’è alcuna indicazione sul design del dispositivo, ma stando a quanto pubblicato dal quotidiano taiwanese Apple ha già avviato la fase di finalizzazione del prodotto e si prepara a chiudere gli accordi coi produttori e fornitori asiatici. L’interesse di Apple per il settore sanitario è ormai palese. Le funzioni mediche del Watch sono solo il primo passo di una roadmap più ampia che vede Cupertino muoversi su più fronti. Altro esempio di questo impegno sono i kit software (ResearchKit e CareKit) per lo sviluppo di app per iPhone e iPad che facilitano la raccolta dati da parte degli istituti di ricerca o il monitoraggio dei dati dei pazienti.  “Siamo entrati nell’arena del mercato sanitario e abbiamo iniziato guardando al wellness, che poi ci ha permesso di tirare un filo che ci ha fatto pensare alla ricerca”, ha detto Tim Cook in una recente intervista con Fast Company. “Tirando quel filo ancora un po’ siamo arrivati ad alcune cose riguardo la fase di cura del paziente, e poi un altro filo ci ha portato ad altre cose ancora.” Apple ha un grande vantaggio, spiega sempre Cook: può esplorare il mercato sanitario (industria gigantesca, dal valore globale di circa 9 trilioni diLa Stampa.it dollari all’anno) senza dover ragionare in termini di rimborsi dalle assicurazioni o dai servizi sanitari. Una libertà notevole, che le grandi aziende farmaceutiche e gli altri grandi attori del settore non si possono permettere. “Se non te ne frega nulla dei rimborsi, cosa che noi abbiamo il privilegio di poter fare, può darsi che alla fine anche il mercato degli smartphone sembri piccolo”. 

http://www.lastampa.it/2016/08/12/tecnologia/news/il-prossimo-wearable-di-apple-non-sar-un-watch-653j7XGxD3nb8Wqn4hEIMO/pagina.html

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scritto da Mauro Moruzzi

2016 Lug
30

È di prossima pubblicazion da parte dell’Editore FrancoAngeli il volume ‘Ardigò nelle sue attività istituzionali’ che contiene saggi di Costantino Cipolla, Mauro Moruzzi, Giuseppe Sciortino, Alberto Gasparini, Gianluca Salvatori, Larissa Venturi, Maria Teresa Belsito, Alessandro Fabbri, Giacomo Mulè, Albero Ardissone,  Andrea Bassi e altri. Nel mio saggio ‘Ardigò a CUP 2000: nascita e declino del soggetto terzo’, ripercorro i primi anni di vita di Cup2000 ( il 30 settembre 2026 la società ‘compie’ 20 anni): una delle maggiori aziende italiane di informatica sanitaria e di reti eHealth che ha dedicato gran parte della sua vita ventennale a diffondere l’innovazione tecnologica in sanità e che oggi è al centro di un complesso piano di riorganizzazione voluto dalla Regione Emilia Romagna. Anticipo qui un breve ma significativo passo del saggio, quello riferito alla mission originaria di Cup2000 come ‘soggetto terzo’, per la quale insistette soprattutto Achille Ardigò che figura tra i fondatori della società. ‘Soggetto Terzo’  tra enti pubblici e aziende sanitaria a garanzia ‘tecnologica’ dei cittadini per la trasparenza nell’accesso ai servizi sanitari. Un tema certamente attuale.

Da M. Moruzzi ‘Ardigò a CUP 2000: nascita e declino del soggetto terzo’ ( in Ardigo nelle sue attività istituzionali’ ( Franco Angeli Editore, di prossima pubblicazione)

..Achille Ardigò, durante la sua permanenza alla direzione degli Istituti Ortopedici Rizzoli di Bologna, partecipò direttamente, in collaborazione con il sottoscritto, alla costituzione della Società CUP 2000, fondata il 30 settembre 1996. Dai documenti costitutivi – relazione e statuto societario approvati dal Consiglio Comunale di Bologna il 24 luglio 1996, scritti sotto la diretta super visione del maestro anche nel ruolo di socio istituzionale – emerge con chiarezza che l’interesse del grande sociologo bolognese non era certamente indirizzato ad un generico progetto di business industriale, sia pur innovativo. Aveva, invece, un preciso obiettivo culturale: sperimentare la realizzazione di un ‘soggetto terzo’ per l’accesso alla sanità e la transazione del welfare assistenziale locale verso la cultura delle reti socio-tecniche e dell’alta comunicazione di un Internet emergente. Nei documenti approvati dal Consiglio Comunale di Bologna si legge infatti, che l’oggetto della nascente società era di “offrire differenziate possibilità di accesso agli utenti dei servizi pubblici e privati … la perequazione e l’umanizzazione dell’accesso … lo sviluppo dei sistemi a reti finalizzati all’accesso e all’informazione dell’utenza dei servizi pubblici e privati nell’area sanitaria, socio-sanitaria e sociale”. Ancor prima, il 10 maggio 1996, sempre il Consiglio Comunale della città aveva esaminato e condiviso un documento dal titolo “Rapporto sul Cup di Bologna, Progetto Centro Servizi Cup2000” , in cui la mission della nascente società era non solo quella di gestire e fa crescere il sistema elettronico di prenotazione bolognese operante fin dal 1990, ma di “di far evolvere il servizio Cup verso un sistema polifunzionale di distribuzione di servizi alla persona che travalichi gli originari confini della sanità pubblica..con un allargamento del raggio di azione anche nella più vasta area della salute…dell’assistenza alla persona”. Negli stessi documenti costitutivi è inoltre esplicitamente sottolineato il ruolo di ‘soggetto terzo’ che la società avrebbe dovuto ricoprire: ‘terzo’ tra ‘assicuratori’ (Regione, Comune) e ‘produttori’ di servizi per la salute (aziende sanitarie). Nel citato documento del maggio 1996 si legge, infatti: “La separazione tra le aziende sanitarie pubbliche di produzione e quelle territoriali di assicurazione, acquirenti dei servizi per i cittadini, porta a valutare il momento e i costi del servizio di prenotazione come un’entità terza. Questo soggetto terzo si configura, nella proposta qui contenuta [nella stessa seduta fatta propria dal Consiglio Comunale di Bologna], come un Centro Servizi, cioè una struttura per gestire la distribuzione di servizi sanitari attraverso l’utilizzo di moderne tecnologie informatiche e telematiche”. La società CUP 2000 è quindi, nel disegno costitutivo dei soci, di proprietà di aziende ed enti pubblici, ma giuridicamente e imprenditorialmente autonoma a garanzia della trasparenza e dell’efficienza del prodotto sanitario fornito ai cittadini. Per questo motivo sono escluse due altre possibili ipotesi, a lungo dibattute nella fase preliminare di studio della costituzione di CUP 2000: la società mista pubblico-privato (prima ipotesi perseguita dall’azienda Ausl di Bologna) e il consorzio tra aziende pubbliche. L’esclusione della prima e della seconda ipotesi non deriva soltanto dal fatto che la società, come si dirà oltre, aveva una mission costitutiva che la portava a operare non soltanto verso i soci, ma in una dimensione ben più vasta, nazionale e perfino internazionale: deriva anche da una ricerca di autonomia aziendale – che il consorzio non avrebbe garantito a sufficienza e che la presenza di privati avrebbe connotato in termini di ricerca del business – a sostegno della funzione svolta dal ‘soggetto terzo’ a garanzia dell’accesso dei cittadini al sistema delle cure. Una tesi d’indubbia matrice ardigoiana. 

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scritto da Mauro Moruzzi

2016 Lug
28

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scritto da Mauro Moruzzi

2016 Lug
21

Byiung-Chul Han, sudcoreano ma docente di filosofia a Berlino, citatissimo, è un giovane filosofo emergente della globalizzazione digitale, con cinque anni di intensa attività pubblicistica. ‘Nello sciame, visioni del digitale’ ( edizioni Nottetempo) offre uno spaccato significativo del suo pensiero ‘post-digitale’ (post-digitale è un termine che uso io, perché l’autore si pone ‘oltre’ il mondo digitale – ma non saprei dire dove …- per osservare il sistema sociale creato dal nuovo medium della Rete). Da un mondo sconosciuto, che non dovrebbe essere, per ovvi motivi, il passato, egli registra una drammatica evoluzione del Homo Digitalis, non più contadino legato alla terra, non più fabbricante di oggetti incatenato alle macchine, ma nomade o meglio cacciatore di informazioni che usa il suo smartphone come i cacciatori paleolitici usavano lancia e frecce. 

In questo mondo, e con questo medium ondeggiante come il mare (di informazioni), non è più possibile costruire nulla: nessuno seminerebbe qualcosa sulle onde del mare! Tutte le categorie che conosciamo, come la verità, l’amore, la fiducia, ecc , si dissolvono in un ‘vento di spettri digitali’. Infine il potere, che passa dallo stato ai grandi provider planetari della Rete (o a un unicum dei due), diventa Psico-Potere Digitale, in grado non solo di controllare i nostri corpi (il Bio-Potere di Foucault) ma di conoscere con i Big Data e le tracce che lasciamo su tanti Google e Facebook i nostri pensieri. A quel punto il cerchio si chiude e anche la politica viene assorbita dai detentori dello Psico-Potere che controllano e indirizzavano le masse. 

La Rete, come luogo di intersoggettività e, perché no, di empatia (qui varrebbe la pena di citare il pensiero di Ardigo là dove l’autore cita quello di Vilém Flusser) scompare, era solo un’illusione della prima internet. La Rete è solo fonte di un ego autoisolazionista. 

Byiung-Chul Han, che è un filosofo e non un sociologo, viene trascinato nell’enfasi negativa di tanti studiosi che si sono imbattuti in cambi epocali del medium. Potremmo iniziare ricordando la critica di Platone alla scrittura (Fedro, 275 a.c.: “la scrittura, davvero come la pittura, ha qualcosa di terribile..”), quella dei preti alla stampa delle Bibbie di Gutemberg (1455) o quella Marshall McLuhan alla televisione. C’è da supporre anche il linguaggio, inventato dall’uomo circa 150.000 anni fa in Africa, sia stato considerato ‘cosa terribile’ da qualche antenato degli sciamani, visto che l’umanità ne aveva fatto a meno per diversi milioni di anni. 

Eppure nulla è più naturale antropologicamente che un cambio di medium. Il passaggio dal medium bidimensionale e atomico della carta (un foglio ha due dimensioni fatto di atomi, di materia) a quello a dimensione negativa e quasi senza massa dei bit (una particella che, come il fotone, è prodotto dal l’eccitazione di elettroni) non fa eccezione. Il bit (e domani il quanto) è l’unità di informazione dell’ombra delle cose che vediamo e sentiamo, fatte di materia e di energia. Ogni cosa (materia) e ogni pensiero (energia), che per Einsten non sono molto differenti, avrà sempre più un corrispondente dematerializzato in pura informazione in qualche nodo della Rete (e condiviso tra nodi in un grafo, una espressione, anch’esso, della mappa dinamica della Rete, un medium dematerializzato come la mappa dei miei amici di Facebook). 

Che poi questo nuovo medium cambi i rapporti politici e di potere, è altra cosa. Certo ci fa vivere in un mondo non più dominato dalla burocrazia novecentesca (che non ha mai amato internet) e non è poco. In questo momento io posso scrivere e pubblicare questo testo senza chiedere un favore a qualche giornale o a qualche editore, e anche questo è tanto. 

Siamo fatti di sogni e di emozioni e richiediamo prodotti per soddisfarli, come la la sicurezza, la salute, i cibi buoni; e non di rado compriamo perfino l’amicizia, l’amore è l’affetto, tradizionalmente forniti da circuiti familiari e amicali. La Rete cerca di rubarci con i socialnetworks queste emozioni per venderci questi prodotti. È un gioco sottile, antropologico, che non può spaventarci come non si spaventano in nostri ragazzi che giocano a catturare mostriciattolo con Pokemon Go. 

Questi ragazzi saranno molto meno addomesticabili dei loro padri e dei loro nonni, che hanno vissuto in un mondo parzialmente globalizzato o non digitalizzato: saranno molto meno addomesticabili di noi alle logiche del potere.

Byiung-Chul Han non può non saperlo. La sua critica ci riporta inconsapevolmente in un passato ideale che non è mai esistito e che, comunque, nessuno vorrebbe far rivivere per davvero.

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scritto da Mauro Moruzzi

2016 Lug
14

Dedalus, una delle maggiori società italiane di e-Health, ricapitalizzata dai francesi di Ardian, compra Noema Life, la società di informatica sanitaria di Bologna. Una bella operazione. Si rafforza il processo di industrializzazione della sanità di Internet.

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scritto da Mauro Moruzzi

2016 Lug
12

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scritto da Mauro Moruzzi