Presentazione del Rapporto ICT in Sanità 2009; poi a Urbino con Alberto Andrion

Presentazione del “Rapporto 2009, Osservatorio ICT in Sanità” a Milano – Politecnico (Dipartimento di Ingegneria Gestionale). Il rapporto ha approfondito la situazione dell’ICT in sanità lungo 4 direttrici: la cartella clinica elettronica, la governance clinica, la dematerializzazione dei documenti, i servizi digitali al cittadino (presentati da Mariano Corso, Cristina Masella, Paolo Trucco). Dal rapporto escono spunti interessanti (e contraddittori) della sanità elettronica del nostro paese. Ad esempio crescono il numero delle ASL italiane che investono in modo rilevante in ICT (da 1-2 milioni di euro fino a 5); ma solo il 18% delle aziende utilizza in modo significativo la cartella clinica elettronica; solo il 6% dematerializza veramente i documenti; solo il 7% ha informatizzato i processi di governance clinica e solo un misero 4 % delle ASL si occupa “in modo digitale” dei cittadini (11% con il CUP). C’è poca ICT “al letto del paziente” come ha osservato Pierfrancesco Ghedini presidente AISIS; in ogni caso, l’informatizzazione clinica arriva molto tempo dopo, quando arriva, di quella amministrativa: i primi a prendersi i PC non sono stati i medici e gli infermieri (un dato su cui varrebbe la pena di riflettere seriemente). Dall’indagine svolta dal Politecnico risulta che tutti “a parole” ritengono l’ICT in sanità strategica (75%), ma non nei fatti (questo accade per un piccolo 13%). Ci sono poi altre strane tendenze nelle ASL-ASO italiane: ad esempio si preferisce esternalizzare (ICT buyer) la componente degli applicativi e tenere a gestione interna (ICT factory) la parte infrastrutturale, nonostante Claudio Caccia (ASO Legnano) dica che i CIO devono essere sempre più dei Services Manager.

Ho seguito con attenzione la presentazione dei rapporti e il dibattito – presente tutta la sanità italiana – e sono stato innanzitutto colpito da un fatto che ritengo sorprendente: nessuno, per tutta la mattinata, ha fatto il nome Internet. Non soltanto: sono rimasto ancora più sorpreso da quel termine “I servizi digitali al cittadino”; solo Rossana Ugenti, del Ministero, ha posto il problema strategico delle reti del cittadino, sulle quali per altro si è incentrato il FORUM PA di pochi giorni prima. Penso – e credo di interpretare il messaggio che ci ha lasciato Achille Ardigò come grande sociologo della sanità e della comunicazione – che occorra una svolta culturale e organizzativa profonda nella sanità italiana per un passaggio all’era dell’e-Health: la sanità elettronica al tempo di Internet. A Milano non si è parlato di e-Health ma, appunto, di ICT. Sono due cose e due mondi diversi. Si continua a vivere nell’informatica (pre Internet) e non nel mondo delle reti. Questo è il motivo per cui le reti aperte ai cittadini vengono viste nell’ottica ristrettissima dei “servizi digitali al cittadino”. Anche il CIO – il data manager che nelle aziende si occupava di ICT e che oggi dovrà costruire e condividere reti e-Health – va riconsiderato come figura addetta alla comunicazione, costruttore di reti, connettore delle reti interne con quelle esterne del mondo imperante della comunicazione di Internet. All’Università di Bologna si sta lavorando, in modo interdipartimentale, per un approccio interdisciplinare e-Health. Ne riparleremo.

PS: bella lezione di Alberto Andrion – DG del ASO Cto M. Adelaide di Torino – all’Università di Urbino (Facoltà di Sociologia), in occasione dell’inaugurazione del Master in Management Innovativo delle Organizzazioni Sanitarie (MIOS). L’oggetto della lezione era una esperienza avanzata di finanza di progetto (Project Finance), ma alla fine si è parlato soprattutto di comportamenti innovativi. Cercherò un link al blog per il testo delle slide e dei bellissimi filmati. E’ stato posto un interrogativo sul quale non escludo che si possa dar vita ad un filone di ricerca in ambito universitario: come possono le aziende sanitarie attingere a forme avanzate di esternalizzazione, per altro utilissime, come appunto il Project Finance e altre, resistendo alla pressione naturale dell’impresa privata sul management pubblico senza correre il rischio della subalternità o di altre pratiche ancora più degenerative? Non è un quesito banale e la risposta deve essere scientifica, sociologica, economica e non solo etico-morale.

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