ricordando Achille Ardigò

(da La Reppublica Bologna, 12 setrembre 2008)

Achille Ardigò è stato, come studioso, il principale sociologo italiano precursore, per molti aspetti, dell’era di Internet e della post-modernità. La sua è stata una costante ricerca di forme nuove di comunicazione tra le persone e, soprattutto, tra il cittadino e il mondo forte, organizzato, agguerrito, delle istituzioni, dei partiti, della sanità. Ha dedicato un’attenzione costante, durata una vita, a tutte le forme autentiche di solidarietà sociali e in particolare all’associazionismo spontaneo e di difesa del cittadino, del malato, dell’anziano. Un interesse sociologico per l’ambiente della sofferenza e del rispetto dei diritti che gli proveniva dalla cultura cattolica, ma che lui ha saputo riformulare rispetto ai problemi drammatici della società moderna. Quando affermava che “l’ambiente dei cittadini si fa sistema” intendeva dire che nella post-modernità il mondo potente delle organizzazioni poteva essere seriamente condizionato dal potere diffuso e genuinamente organizzato della gente, dai movimenti spontanei, dai gruppi di impegno sociale del territorio. Per questo ha portato nella cultura e nella politica italiana, per non dire nella sua città, qualcosa di autenticante moderno. Negli anni 70, presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Bologna da lui fondato, è nata una scuola di sociologia sanitaria che ha riformulato il pensiero assistenziale, in contrasto con la vecchia cultura burocratica e autoreferenziale dell’assistenza sanitaria tradizionale. E questo contrasto, che è stato a volte aspro anche sul piano politico, ha caratterizzato tutta la sua vita di studioso e di uomo partecipe degli eventi della sua città, al punto da farlo apparire, in diverse occasioni, in posizione nettamente minoritaria o incompresa. Ma si tratta di un’apparenza costruita con i criteri di una cultura politica povera e compromessa. Per comprendere il grande contributo da lui dato alla cultura moderna bisogna partire da qui: dalla sua insistenza, tenacia e perfino caparbietà con cui ha cercato una strada per far aprire il mondo dei poteri forti alla gente, per creare quel micro-macro link, quel messaggio empatico, che permettesse ad un cittadino di contare qualcosa di fronte alla burocrazia, allo stato, al mondo della politica. Impedire che il senso della vita e delle cose che ci circondano possa essere vissuto dai poteri organizzati in modo separato e contrapposto al mondo della gente: per Ardigò questa separazione è alla base delle ingiustizie e delle diseguaglianze più profonde, crea “una netta dicotomia tra individuo e società”. Il suo è stato, così, un messaggio di autentica speranza di fronte a mondi chiusi, a sistemi spesso impenetrabili, resi tali dalla crisi dei partiti e del welfare state, dal deterioramento delle forme di partecipazione popolare. E questa speranza la manifestava con un entusiasmo personale per le idee, i progetti, le discussioni che, anche a età avanzata, faceva trapelare uno spirito straordinariamente giovanile. La singolarità e la modernità del suo pensiero e della sua azione – che manifestava anche nella forma di ruvida insofferenza verso i riti e i fastidiosi opportunismi della pratica politica – lo hanno proiettato fuori dalla tristezza dei coni d’ombra del potere. Da questa privilegiata posizione ha messo in luce tutta la limpidezza e la coerenza del suo insegnamento. Ci mancherà. Mauro Moruzzi

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